La Cantina risale al 1945 ed è inserita nel complesso delle strutture agricole della Masseria “li Monaci”, che è stata acquisita nella prima metà degli anni 90 del secolo scorso.
E’ stata interamente ristrutturata non solo la Cantina ma anche la vigna con impianti che producono uve senza tradire la forza delle tradizioni.
I grappoli di Negroamaro sono privilegiati perché capaci di generare vini mai banali, dai rosè dalle tonalità brillanti ai rossi importanti, di carattere, di grande qualità.
C’è ovviamente in prima fila il Copertino Rosso, ambasciatore della produzione salentina di qualità.
Quasi mezzo secolo di esperienza e di impegno per la scoperta delle uve e la valorizzazione dei vini del Sud. Garanzia della qualità. Dinamismo della generazione giovane impegnata nel controllo della vigna e nella gestione del mercato.Attenzione alla tradizione e al rispetto del binomio territorio e vigneto.
L’Azienda Monaci, oltre al vasto complesso di fabbricati rurali, circondato da trenta ettari di terreno, possiede una moderna Cantina Aziendale attiva dagli anni quaranta del secolo scorso per la lavorazione delle uve, l’affinamento e l’invecchiamento e l’imbottigliamento dei vini, secondo i canoni della più avanzata tecnologia.
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Vigneti: 18 ettari di proprietà
Ubicazione dei Vigneti : Tenuta Monaci - Copertino
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UNA TERRA DI SANTI DI ARTISTI E DI VINI
Storie di latifondo, terre feudali, uomini illustri e vere reliquie architettoniche, che hanno resistito al passare dei secoli, costituiscono per la città di Copertino un patrimonio culturale di notevole valore per il territorio. Convertino o Cupertino ha dato i natali a uomini illustri come fra’ Giuseppe Desa, Evangelista Menga e Gianserio Strafella. Il più noto è fra’ Giuseppe, famoso asceta elevato agli onori degli altari con il nome di San Giuseppe da Copertino, il Santo dei voli, il quale con le sue estasi, le sue profezie e la sua forza taumaturgica portò al risveglio di una vita cristiana per quei tempi bui.
L’architetto militare Evangelista Menga lega il suo nome al Castello di Copertino, il quale rimane una superba opera architettonica meglio conservata tra tutti i castelli feudali. Lo stesso Castello conserva tuttora, nella Cappella di San Marco, gli affreschi dell’artista copertinese Gianserio Strafella.
Le prime testimonianze della viticoltura risalgono all’inizio del ‘500 e i vini dell’esteso comprensorio del feudo di Copertino erano rinomati quanto lo stesso Castello di Cupertino, dimora di regine, principesse e uomini d’armi. I vini allietavano non solo la vita brillante dai Brienne ai D’Enghien, ai Castriota, ma servivano a dissetare gli uomini a guardia della fortezza da frequenti attacchi di nemici ed a soddisfare un buon commercio dell’epoca. Copertino produce i vini tra i più noti della Puglia. I vincoli previsti dal disciplinare di produzione del Copertino riguardano il vitigno più importante che la Puglia possiede: il Negroamaro.
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Chi è nato in questo estremo lembo d’Italia difficilmente sa immaginare l’esistenza di un paesaggio senza vigne e senza mare, tanto è ricco il Salento di questa coltura che arriva, a volte, sino ai margini degli arenili.
Il Salento, la vecchia Messapia, è una terra quasi tutta piana, tutta marina, una lingua di terra fra due mari. Un mondo di pietre che trova testimonianze a partire da una architettura naturale in pietra a secco dei muri e delle caseddhe, antichi ricoveri contadini, sino al patrimonio monumentale delle Chiese, delle Cattedrali e dei Castelli.
Lecce, capitale del Barocco, conserva la massima espressione della lavorazione della docile pietra leccese, ricamata da mani d’artista.
In tutto il Salento si possono ammirare i colori cangianti dal verde argenteo degli ulivi secolari alla policromia della vegetazione della macchia mediterranea, tutta su suolo ingrato, sino al grigio color cenere dei terreni mediamente fertili e alla terra rossa, poco più di qualche palmo di ruggine posto sulla roccia calcarea.
I colori e i sapori infiniti delle sue produzioni esprimono una specifica identità legata ai benefici naturali del territorio.
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Il Salento, segnatamente la Piana Messapica, per i vini bianchi ormai è decisamente orientato ad utilizzare uve bianche più promettenti e più facili da coltivare, in un ambiente decisamente più caldo. L’assemblaggio dello Chardonnay con piccole percentuali di Sauvignon dà origine a un vino molto piacevole.
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Colore intenso con riflessi purpurei, tendenti al granato. La sovramaturazione delle uve, o meglio l’avvizzimento spinto degli acini, dona al vino una struttura complessa. E’ vino che sviluppa tutte le sue potenzialità già durante l’invecchiamento in piccole botti di legno, il quale, oltre a stabilizzare il colore, induce una riduzione dell’astringenza; il vino acquista un aroma fresco ed una regale suntuosità.
I suoi profumi di fiori e di frutta sono in bella evidenza: la menta, la prugna, le note sottilissime di frutti, la liquirizia, la vaniglia e le spezie.
La morbidezza del suo sapore lungo chiude con una piacevole vena amarognola del vitigno da cui deriva: il Negroamaro.
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Censi, decime, gabelle, terratico, prebende, erano tutti tributi che venivano dati, secondo le epoche, al sovrano, al feudatario, alla Chiesa, sul reddito derivato da qualsiasi attività o semplicemente per le funzioni di culto o per le concessioni su terre di proprietà ecclesiastica. I villani pagavano il censo sulle terre possedute con una parte dei prodotti del fondo. Per lungo tempo il tributo territoriale si pagava con derrate in natura, e poiché si prelevava il decimo del raccolto, prendeva il nome di "decima".
Nel Salento larga parte dei terreni coltivati dai villani, e forse la loro maggioranza, era condotta “ad censum” con gravami in natura, specialmente per grano e vino, i quali andavano a costituire la principale fonte delle entrate signorili.
Terre a censi, dunque, erano già i primi campi destinati a vigna, magari per ricavarne il vino da utilizzare solo per i bisogni familiari, quel vino che era bevanda ed alimento tanto era possente e capace di integrare l'alimentazione della gente del necessario per affrontare la dura fatica dei campi.
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"A quarant'anni dalle prime mie scritture - elementari giudizi - mi sono accorto che, sempre, il vino così individuo, puro, razionale, armonico, stava sopra, che non bastavano a darne il "senso" le parole, fossero pure di slancio ed invenzione. Meglio, mille volte meglio, abbandonarsi ai coinvolgimenti, suggestioni, abbracci, penetrazioni, che via via nell'assaggio emergono, non materici ma intellettuali e segnarli".
L'affermazione è del grande Veronelli che ha fatto scuola a più di qualche generazione con la sua vena inesauribile di neologismi riguardanti le sensazioni che il vino è capace di trasmettere.
Spesso la verità del vino è inafferrabile, intraducibile ed occorre riconoscere l'inefficacia delle parole. Tant'è che il vino diviene una bevanda godibile, anche senza l'uso della parola, per il privilegio che esso possiede di comunicare con forza, di commuovere per la sua innata eloquenza.
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Vino di grande carattere, ricco, vellutato, sontuoso, dorato. Un grande piacere. Da solo è già un dessert. Aiuta a riflettere e a non dimenticare di vivere.
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L’Azienda Monaci ora firma pure un Negroamaro rosato con una nuova etichetta “Girofle”, che gioca con il nome del titolare.
Clou de girofle, il chiodo di garofano, è una spezia forte dall’aroma penetrante, caldo e ricco; il sapore è insieme pungente e amaro.
Le spezie raccontano profumi e sapori esotici riconducibili molte volte ai caratteri e ai valori dei vini, in special modo di questo prezioso vitigno capace di segnare sottilmente il suo rosato e in modo più suggestivo i suoi grandi rossi invecchiati.
Il marchio in questione è stato scelto non solo per il potere che possiede, evocativo delle qualità affascinanti delle spezie, ma soprattutto perché l’autore ha avuto sempre il chiodo fisso di arrivare all’eccellenza del vino di qualità.
Questo rosato è un vino di oggi che richiama tutti i valori della tradizione e delle radici dei vini salentini di qualità.
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Bere insieme fu una delle più importanti forme sociali nel mondo della Grecia Antica.
L'aggregazione simpotica o simposiale era finalizzata a una specifica celebrazione di occasioni particolari: le poesie o i carmi conviviali erano destinati ad essere recitati nel momento conclusivo del banchetto, il quale rappresentava un dispositivo generatore di gratificazione collettiva. La maggior parte delle forme di intrattenimento derivavano dal bere stesso seguendo l'etica del simposio della moderazione del bere. Musica e poesia giocavano un ruolo importante: la maggior parte delle poesie liriche della Grecia arcaica si pensa abbiano avuto origine nel simposio, con le sue disquisizioni su politica, vino, banchetti e amore.
La poesia simpotica accresceva i piaceri del convivio e i commensali bevevano secondo le prescrizioni del simposiarca, il quale decideva la mescita del vino nelle giuste dosi e a seconda dell'importanza dell'ospite: per fare onore alla tavola occorreva bere con misura per poi intrecciare conversazioni intellettuali.
A ragione il cantore conviviale Callimaco sostiene che: "E' vero il detto che il vino richiede non solo la sua parte di acqua, ma anche di conversazione. Non bisogna attingere i discorsi con il mestolo, e non occorre per l'uomo libero andarli a mendicare dal severo coppiere ".
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Il nome “sine pari”, senza uguali, che è stato scelto per questa etichetta, vuole essere un omaggio ai valori del vino per il suo sapore e al sapere che traspare nella poesia goliardica medievale, dove l’uomo saggio continua a crescere assaporando. “Ave color vini clari
Ave sapor sine pari”
(Canto goliardico medievale. Anonimo sec.XI)
“Salute bel colore di limpido vino/ Salute sapore senza pari…”. Così inizia un canto goliardico medievale che rappresenta un vero elogio al vino, a cominciare dal suo bel colore, il suo sapore senza pari alcuno, assolutamente superiore, incomparabile, capace di inebriare con la sua forza; questa poesia sentenzia persino che: “ogni mensa è senza tristezza in sua presenza”. Una verità di tutti i tempi: niente giova al cuore dell’uomo più del vino.
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Non bastano le buone intenzioni e la volontà per dare vita senza indugio ad una cosa nuova. Molte volte è necessario rimandare sine die, a tempo indeterminato, ogni decisione. La grande verità è che ogni cosa ha il suo tempo. L’Aglianico, vitigno antichissimo, rappresenta la massima espressione della viticoltura autoctona italiana. Non a torto, è considerato uno dei vitigni di maggiore pregio le cui uve riescono a dare vini superiori. Il Vùlture è terra di elezione di questa nobile varietà, che ha trovato tutte le condizioni di clima e di terreno favorevoli. Produce uve con una copiosità di tannini e di sostanze coloranti, i cui vini sopportano facilmente un lungo invecchiamento e si distinguono per il carattere elegante e la ricchezza olfattiva. Per la reputazione di cui gode si è guadagnato l’appellativo di “Barolo del Sud”. Vino con una copiosità di profumi, generoso, complesso, che rispecchia tutti i caratteri dell’uva da cui deriva. Colore rosso rubino molto concentrato, brillante, con riflessi di porpora. L’olfatto è ampio: si colgono facilmente i sentori di marasca matura, la ciliegia allo spirito, il cacao, il pepe nero, la menta. Elegante la sensazione retro-olfattiva della vaniglia. Il suo sapore lungo, autoritario, arguto è costantemente sottolineato dai tannini eleganti e da una splendida sapidità.
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